
Guccini e un’eredità imperitura di parole

Odysseus, Guccini e il cinema
Ieri sera ho visto l’ultimo avvincente film di C. Nolan, Odissea. Negli oltre 170 minuti di pellicola m’è tornato spesso alla mente il portentoso brano di Guccini, Odysseus, appunto, che racconta del viaggio dell’uomo dal multiforme ingegno che tutti conosciamo.
In meno di 5 minuti, Guccini, dà voce ad un Ulisse ormai vecchio, che ripercorre la propria vita. Guccini non scrive dell’eroe, ma oltre 20 anni prima di Nolan, ci restituisce una riflessione sul significato del viaggio, sulla conoscenza, sul tempo che passa e sull’inquietudine umana. L’Ulisse di Guccini, come quello di Nolan, cerca risposte (anche) con la consapevolezza di non trovarle.
Oggi la notizia che Guccini è morto. Un dispiacere quasi familiare per chi lo ha amato, considerandolo pietra miliare della memoria collettiva. Resta l’eredità eterna delle sue parole, negli scritti sublimi delle canzoni, nei libri, nelle interviste.
Gli spunti nelle canzoni di Guccini
Ascoltare Guccini significa tenere aperta la mente: non si tratta semplicemente di musica, è un invito continuo alla conoscenza. Le sue canzoni (che “spazzano via i ritornelli inutili”) accendono la curiosità, esortando ad approfondire ciò di cui raccontano: la storia con Colombo o Amerigo; la filosofia con Shomèr ma mi-llailah; la letteratura con brani come Don Chisciotte o Cyrano, solo per fare degli esempi. Ma Guccini è andato ben oltre, indagando aspetti sociali e politici (per esempio coi testi de La locomotiva , Eskimo o Il pensionato), invitando alla riflessione (Il vecchio e il bambino, Stagioni, Dio è morto) e a quell’esercizio meraviglioso dell’interrogarsi. Ha saputo indagare culturalmente il nostro Paese (e non solo), presentandocene immagini di parole finemente intrecciate. Ha percorso i meandri umani della maturità (o semplicemente della crescita), dalla vecchiaia, all’amore, passando per illusioni e disillusioni. Sono solo rapidi riferimenti, inevitabilmente condensati in poche righe: il resto spetta alle sue canzoni, che continuano a parlare con una profondità rara.
La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l’erba voglio
ma può essere complessa come la vita.
[…]
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale
ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.
Parole in eredità
Guccini dava un poetico addio nel 2000, definendosi un eterno studente che, socraticamente, sa di non sapere niente. Richiamava la sua infanzia, l’amore per le sue montagne, il suo straordinario percorso artistico e intellettuale.
Quell’addio oggi si porta attaccata un’eredità a disposizione di tutte e tutti, eterna come la luce che Guccini ha saputo gettare su angoli inesplorati, storie inascoltate, terreni impervi che altri non avevano osato percorrere.
Leggere e ascoltare Guccini significa accettarne l’invito a non smettere mai d’imparare: farsi guidare dalla curiosità, mettere in discussione le proprie certezze e guardare il mondo con occhi sempre nuovi. Il suo lascito più prezioso, in fondo, è proprio questo:
«c’è bisogno soprattutto d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto»
