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Cosa dicono sulle lingue le neuroscienze?

Se il corpo umano fosse una casa, la stanza del linguaggio sarebbe l’emisfero sinistro: è qui, infatti, che si stanziano le note aree di Wernicke e di Broca, tra l’altro. Parliamo di lateralizzazione, già presente dai tre mesi di vita. La cosa speciale è questa: nei bambini/nelle bambine, fino agli otto anni circa, tutti e due gli emisferi sono in grado di sostenere le funzioni del linguaggio! Questa equipollenza, però, va via via scemando. Non solo: il rimodellamento sinaptico varia con l’età e sinapsi e organizzazione neurale risultano fortemente influenzate da genetica e ambiente.

C’è un periodo speciale per imparare le lingue?

Fino ai sei mesi di vita si possono discriminare i suoni di tutte le lingue. Intorno all’anno solo quelli della lingua cui si è esposti. Risulta evidente quanto importante sia, allora, l’esposizione precoce (indicativamente fra i 3 e gli 8 anni), anzi precocissima (prima dei 3 anni), alle lingue. Bambini e bambine acquisiscono naturalmente il linguaggio, così come imparano a camminare e manipolare. Tutte queste capacità dipendono – in maniera decisa – da un’esposizione adeguata a stimoli affettivi e sociali (e da un chiaro sviluppo neurologico normale).

Quali i vantaggi di un approccio precocissimo alla L2?

Le neuroscienze ci dicono che l’acquisizione precoce di una L2 aumenta fortemente la probabilità di una conoscenza completa a livello fonologico e grammaticale (principio che dal 1997 ha fatto proprio anche l’Unione Europea) ed evidenziano 2 momenti di acquisizione della pronuncia di una L2 (si precisa: a livello statistico):

  • prima della pubertà → alte probabilità di pronuncia nativa
  • dopo → aumenta la probabilità di accento straniero

Un approccio precoce, in aggiunta, evita le note difficoltà di uso corretto delle parole di “classe chiusa”, le cosiddette “parole funzione” (articoli, congiunzioni, preposizioni etc.).

Ebbene, va detto con chiarezza: entro il range d’età sensibile evidenziato, bambini/e riescono ad apprendere con facilità le procedure riferenti a diverse lingue senza conflitti e/o interferenze d’uso. Oltre questo periodo sensibile tutti/e tendiamo a mettere in atto schemi procedurali della L1 quando ci esprimiamo in L2, “lavorando” più gravosamente. Sia chiaro: anche l’adulto può raggiungere livelli altissimi, ma con impegno e perseveranza ben maggiori!

Si manifesta qui palesemente come l’asilo nido (0-3 anni) e la scuola dell’infanzia (3-6 anni) siano fra i luoghi ideali per veicolare le altre lingue.

L’acquisizione linguistica naturale

Abbiamo parlato di asili nido e scuole d’infanzia come terreni particolarmente fertili per il bilinguismo, con educatrici che utilizzano sempre e soltanto la propria L1 (così come col metodo OPOL* in famiglia). In questi luoghi le lingue non devono essere insegnate, bensì utilizzate nella comune interazione quotidiana poiché le lingue si imparano meglio quando vengono adoperate (come succede nelle nostre attività estive)!

L’educazione bilingue non ha alcun effetto negativo sullo sviluppo intellettivo, affettivo e sulle capacità di apprendimento.

Riferimenti

Si guardino, nello specifico, gli interessanti lavori di

  • G. Penfield, neurochirurgo canadese di metà ‘900 sulla plasticità cerebrale ed anche sulle modalità di un’educazione linguistica già dall’asilo con educatori ed educatrici che usano solo la loro madrelingua
  • Paradis, professore emerito di neurolinguistica
  • F. Fabbro, Neuro pedagogia delle lingue, Roma, Astrolabio, 2004

* One Parent, One Language: strategia educative messa a punto ai primi del ‘900 da M. Grammont.

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